L’operatore del prana nella nostra disciplina ha un ruolo decisivo.

È cosi anche nelle altre relazioni d’aiuto dato che l’operatore viene coinvolto in prima persona nella operatività, ma nella pranoterapia questo è molto marcato.

La pranoterapia è una nicchia, in un ambito che è già una nicchia, quella degli operatori olistici o delle relazioni di aiuto. La differenza rispetto ad altre discipline, che magari sono più conosciute e diffuse, è che nella pranoterapia, almeno nel modo in cui la insegniamo noi qui in Alaro, non esiste una tecnica visibile o codificabile. Questo è il suo pregio perché rende i trattamenti estremamente individualizzati, ma anche talvolta un ostacolo, perché rende la disciplina complessa e incentrata, soprattutto, sulla consapevolezza e sul sentire dell’operatore. Questo si riflette anche nell’insegnamento, che si focalizza non tanto sulle tecniche, che divengono estremamente semplificate, ma sullo sviluppo del sentire e della consapevolezza operativa dell’allievo.

L’operatore sembra non fare niente, perché non fa niente nel visibile, se non, talvolta, qualche gesto contenuto. Non manipola, non preme, non massaggia, a volte neanche tocca, non parla, non consiglia.

Osservando dall’esterno una seduta, è difficile comprendere cosa succede, questo ci espone a numerose critiche ovviamente, perché l’operatore del prana lavora nell’invisibile e tutto avviene nella relazione tra l’operatore ed il soggetto trattato. Non essendoci delle tecniche codificate, anche se usiamo degli strumenti operativi, tutto è centrato sull’operatore. Che può usare le tecniche se lo ritiene utile e necessario, ma può anche non farlo. La pranoterapia infatti, per come la insegnamo noi, non esclude niente, integra tutto, volendo, ma può anche non averne bisogno.

L’operatore del prana può quindi utilizzare gli strumenti più vari, anche presi a prestito da altre discipline… ma non ne ha bisogno. Perché lo strumento principale con cui lavora l’operatore del prana è se stesso, la sua stessa vita, che viene prima di ogni strumento. Per questo diciamo anche che la pranoterapia è la madre di ogni disciplina … e anche l’operatore diventa madre …

Ciò che fa la differenza non è la maestria di una tecnica ma è la capacità dell’operatore di essere in fase, essere centrato ed essere radicato; essere ben orientato verso il cliente e sviluppare con lui una buona connessione, grazie alla quale è in grado di fare effettivamente ciò di cui c’è bisogno, di essere risonante.

A volte è molto difficile comunicare ciò che può succedere durante la seduta, dato che siamo nel regno della soggettività. L’operatore il questo senso si riconnette con la figura archetipica dell’uomo medicina, che utilizza come principale strumento operativo, la sua stessa coscienza, la sua consapevolezza, il suo cuore pulsante.

Non è così determinante conoscere le tecniche o aver appreso delle nozioni, che ci sono nel percorso comunque, ma aver portato a compimento quella trasformazione alchemica interiore che ci permette di tirar fuori l’essenza, il “farmaco”, perché è con quella essenza che l’operatore lavora. Una essenza individuale ed e quindi capace di individualizzare il trattamento, superando il bisogno del protocollo e dello schema da seguire. Nell’insegnamento non ci preoccupiamo di dare una risposta univoca alla condizione che ci troviamo ad affrontare, ma lavoriamo con gli allievi affinché ognuno sviluppi la propria capacità di rispondere adeguatamente, proprio perché diviene radicato nel suo sentire e quindi risponde in modo risonante con la condizione che osserva e percepisce. I nostri strumenti operativi, infatti molto semplici, di una semplicità disarmante, ma devono essere assolutamente risonanti con ciò di cui la persona ha bisogno, voi capite che la risonanza è un aspetto fondamentale, è il primo aspetto con il quale lavoriamo all’ingresso del percorso formativo.

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