La vita evolve creando nuove forme

L’equilibrio dinamico della Vita

Una delle proprietà fondamentali della Vita è la capacità di mantenere un equilibrio interno. Il nostro organismo regola continuamente la temperatura, la pressione sanguigna, il livello di glucosio nel sangue, il pH e moltissimi altri parametri necessari alla sua sopravvivenza. Questa capacità prende il nome di omeostasi. Ma l’omeostasi non è una condizione immobile.

La parola potrebbe farci pensare a uno stato fermo, a qualcosa che, una volta raggiunto, rimane uguale a se stesso. Nel vivente, invece, l’equilibrio è sempre dinamico. È il risultato di un movimento continuo di scambio, adattamento, ascolto e risposta.

La Vita mantiene una stabilità proprio perché non smette mai di muoversi.

Il vivente come sistema aperto

Un sistema vivente è un sistema aperto. Riceve continuamente materia, energia e informazioni dall’ambiente e, nello stesso tempo, restituisce materia, energia e informazioni. L’aria che respiriamo, il cibo, l’acqua, la luce e il calore, ma anche le relazioni e le esperienze, partecipano costantemente alla nostra organizzazione. La teoria dei sistemi ci aiuta a osservare il vivente proprio in questa prospettiva: non come una somma di parti indipendenti, ma come una totalità nella quale ogni elemento entra in relazione con gli altri. Se una parte cambia, in qualche misura cambia l’intero sistema.

La capacità di autoriparazione

Dentro questo equilibrio dinamico opera anche la capacità di autoriparazione. Un vaso che cade e si rompe rimane rotto. Possiamo lasciarlo a terra per giorni, ma i suoi frammenti non si ricomporranno da soli. Sarà necessario un intervento esterno che li raccolga e provi a restituire al vaso la sua forma originaria.

Una forma vivente si comporta diversamente.

Quando un tessuto viene lesionato, l’organismo attiva immediatamente una serie di processi per ripararlo. Quando qualcosa altera il suo equilibrio, l’intero sistema risponde cercando di ristabilire una continuità. Questa capacità non riguarda soltanto il piano fisico. Anche sul piano emozionale e psichico tentiamo continuamente di integrare ciò che ci accade e di recuperare una condizione di coerenza. Potremmo allora pensare che la Vita funzioni come una macchina particolarmente sofisticata: qualcosa si rompe, viene riparato e tutto torna come prima.

Ma non è proprio così.

Una macchina viene riparata affinché possa tornare alla forma e al funzionamento stabiliti in origine. I suoi pezzi possono essere sostituiti senza che il progetto della macchina debba necessariamente cambiare. Il movimento meccanico può ripetersi ciclicamente, tornando ogni volta allo stesso punto.

La Vita, invece, attraversa ciò che accade e ne viene trasformata.

La crisi come possibilità evolutiva

E spesso questa trasformazione passa attraverso una crisi. La crisi interrompe un equilibrio che fino a quel momento aveva permesso al sistema di funzionare. Qualcosa che prima era sufficiente non lo è più. La forma precedente non riesce più a contenere quello che sta emergendo, ma la forma nuova non è ancora disponibile.

Per questo la crisi è anche un momento di scelta.

Non sempre si tratta di una scelta consapevole o razionale. È una biforcazione, un punto nel quale il sistema può cercare di riprodurre ciò che già conosce, perdere progressivamente organizzazione oppure trovare una risposta nuova. La crisi espone a una possibilità evolutiva, ma non garantisce automaticamente che quella possibilità venga realizzata. Alcune forme riescono a trasformarsi, altre involvono, si semplificano o si dissolvono. Non esiste una stasi reale. Anche ciò che appare immobile sta continuando a muoversi: verso una maggiore integrazione oppure verso una progressiva perdita di coerenza e vitalità.

Crescita e maturazione

Accanto al principio omeostatico esiste quindi un principio di crescita e maturazione. Lo vediamo continuamente nella Natura. Il frutto matura. Il fiore si apre. L’albero cresce e assume progressivamente la propria forma. Anche la persona attraversa esperienze che la portano a esprimere possibilità che, fino a quel momento, erano presenti soltanto allo stato potenziale.

La Vita non si limita a riparare e conservare un disegno. Quel disegno si trasforma mentre viene realizzato.

La nota fondamentale della Vita

Possiamo immaginare che alla base di ogni forma vivente esista una frequenza fondamentale, una nota originaria che ne custodisce l’identità profonda. Possiamo chiamarla anima: un principio che organizza e coordina le esperienze e le trasformazioni secondo la propria natura e la propria finalità, il proprio Will.

La nota di base rimane riconoscibile, ma ciò che nasce da essa non è mai una ripetizione identica.

È come un tema musicale che attraversa variazioni continue. Può cambiare ritmo, tonalità, intensità. Può incontrare altre voci, attraversare pause, dissonanze e modulazioni impreviste. Può persino diventare improvvisazione. Ma improvvisare non significa muoversi senza forma.

Nella musica, l’improvvisazione autentica non è una successione casuale di suoni. Nasce dall’ascolto, dalla relazione fra le parti e da una coerenza profonda con il tema che la sostiene. Il percorso non è scritto in ogni dettaglio, ma possiede una direzione intrinseca. Anche la Vita sembra procedere così. Le esperienze non cancellano la nota fondamentale, ma la declinano in forme sempre nuove. Sono variazioni sul tema. Il disegno mantiene una continuità e, nello stesso tempo, si modifica attraverso ciò che incontra. Raccoglie informazioni, crea memoria e incorpora la propria storia.
Per questo il movimento della Vita non è un cerchio, ma una spirale.

Dal cerchio alla spirale

Il cerchio ritorna allo stesso punto. La spirale attraversa nuovamente passaggi simili, ma ogni volta da una posizione diversa. Possiamo incontrare più volte lo stesso tema, la stessa difficoltà o persino lo stesso sintomo, senza trovarci esattamente dove eravamo prima. Ogni attraversamento può introdurre una differenza. Può creare una relazione nuova fra le parti e un grado ulteriore di integrazione. Oppure può mostrare che il sistema non ha ancora trovato la possibilità necessaria per procedere.

La Vita è durata, memoria e trasformazione. Non torna semplicemente indietro: porta con sé ciò che ha attraversato.

La Vita come processo aperto

Henri Bergson, ne L’evoluzione creatrice, scrive che le proprietà vitali non sono mai completamente realizzate, ma sempre in via di realizzazione. Più che stati, sono tendenze. Questa immagine ci permette di osservare la Vita come un processo aperto. Non sappiamo esattamente quale forma assumerà, perché quella forma non esiste ancora in modo compiuto. Si crea nel tempo, attraverso l’incontro fra il disegno originario, la memoria, l’ambiente, le relazioni e le scelte che avvengono nei passaggi di crisi.

Il Prana e i processi di autoregolazione

In questa prospettiva possiamo comprendere in modo diverso anche l’azione del Prana. Durante un trattamento, il Prana può sostenere i processi omeostatici e le funzioni vitali della persona, facilitando le sue capacità di autoregolazione, autorigenerazione e autoguarigione. Ma non è l’operatore a stabilire quale debba essere il risultato.

L’operatore non ripara la persona come riparerebbe una macchina.

Può facilitare un processo, offrire sostegno e partecipare alla creazione di condizioni favorevoli. Il protagonista rimane però il sistema vitale della persona, con la sua storia, la sua organizzazione, la sua nota fondamentale e le possibilità che in quel momento è realmente in grado di esprimere.

Oltre la scomparsa del sintomo

Per questo un trattamento pranico non può essere valutato esclusivamente attraverso la scomparsa del sintomo. Quando l’obiettivo è ridurre, controllare o eliminare un sintomo, la medicina e i farmaci possiedono strumenti specifici che possono lavorare egregiamente in questa direzione. Il trattamento pranico non si sostituisce a questi strumenti e non opera necessariamente secondo la stessa logica. La sua azione coinvolge il sistema nel suo complesso.
A volte questo processo si accompagna alla diminuzione o alla scomparsa del sintomo. Altre volte il sintomo si modifica, perde centralità oppure rimane. La sua permanenza non dimostra automaticamente che nulla sia accaduto, ma non dimostra neppure, da sola, che sia in corso un’evoluzione. Deve essere osservata dentro l’intero processo.

La Vita non ha come unico fine la guarigione, se per guarigione intendiamo soltanto la cancellazione di ciò che disturba e il ritorno alla condizione precedente. Il suo movimento è più ampio: tende a creare forme nuove attraverso l’integrazione delle esperienze e delle trasformazioni che attraversa.

L’imprevedibilità del processo vivente

Questo rende il processo vivente anche profondamente imprevedibile. In una macchina, conoscendo il progetto, i componenti e il funzionamento, possiamo prevedere con una certa precisione quale risultato produrrà un intervento. Nel vivente interagiscono invece moltissime variabili. Una modificazione locale coinvolge l’intera organizzazione e può aprire possibilità che prima non erano presenti. Gli studi di Ilya Prigogine sui sistemi lontani dall’equilibrio hanno mostrato come, in determinate condizioni, una fase di instabilità possa diventare la soglia dalla quale emerge una nuova organizzazione. La crisi non è quindi soltanto rottura dell’ordine precedente. Può diventare il passaggio attraverso cui il sistema trova una forma diversa.

Non possiamo però determinarla in anticipo.

Possiamo osservare il movimento, sostenere le condizioni necessarie, accompagnare la trasformazione e ascoltare ciò che cerca di emergere. Ma non possiamo imporre alla Vita la forma che dovrà assumere.

Accompagnare la trasformazione

Forse è questa la differenza più profonda fra riparare una macchina e accompagnare un processo vivente. Della macchina conosciamo la forma alla quale deve tornare. Della Vita possiamo riconoscere la nota fondamentale, ascoltare le variazioni e partecipare al suo movimento.

Ma la musica che nascerà non è ancora stata scritta.

Teresa Bagni
Operatore Olistico Supervisor e Trainer
Presidente di Associazione ALARO Aps e direttore didattico Ente di Formazione A.L.A.R.O.
Docente presso l’Ente di Formazione A.L.A.R.O.
Iscritta al Registro Operatori Olistici Fedolistica – cod. OL-183S
Iscritta al Registro Trainer FedPro – cod. RT-059
Coach iscritta ad APICA – cod. 1642
BFRP – Bach Foundation Registered Practitioner, iscritta al registro del Bach Centre UK – cod. ITA2025-1028T
Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013
Cell. 3299359037 – info@alaro.it

Ludwig von Bertalanffy (1901–1972) è stato un biologo teorico e filosofo della scienza austriaco, conosciuto come uno dei principali fondatori della teoria generale dei sistemi. Lavorò in Austria, Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti, sviluppando un approccio interdisciplinare applicabile non soltanto alla biologia, ma anche alla psicologia, alle scienze sociali e allo studio delle organizzazioni complesse.

Bertalanffy si oppose alla concezione meccanicista che interpreta l’organismo come una macchina scomponibile in parti indipendenti. Propose invece di osservare il vivente come un sistema: una totalità organizzata nella quale gli elementi acquistano significato anche attraverso le relazioni che li collegano. Isolare le singole parti può essere utile per studiarle, ma non è sufficiente per comprendere le proprietà e il comportamento dell’insieme.

Un organismo vivente è inoltre un sistema aperto. Mantiene la propria organizzazione attraverso un flusso continuo di materia ed energia: assimila, trasforma, utilizza ed elimina. La sua stabilità non coincide con l’equilibrio statico di un sistema chiuso, ma con uno stato dinamico sostenuto da scambi ininterrotti con l’ambiente.

Il testo di riferimento è General System Theory: Foundations, Development, Applications, pubblicato nel 1968. L’opera raccoglie e sviluppa un progetto elaborato da Bertalanffy nei decenni precedenti: individuare principi comuni ai diversi sistemi organizzati senza ridurli al funzionamento di una macchina.

Ilya Prigogine (1917–2003) è stato un chimico fisico di origine russa, naturalizzato belga, noto per gli studi sulla termodinamica dei processi irreversibili e dei sistemi lontani dall’equilibrio. Nel 1977 ricevette il premio Nobel per la Chimica per il contributo dato alla termodinamica del non equilibrio e, in particolare, alla teoria delle strutture dissipative.
La termodinamica classica aveva studiato soprattutto sistemi prossimi all’equilibrio. Prigogine rivolse invece l’attenzione a sistemi aperti attraversati da flussi continui di energia e materia. In determinate condizioni, questi sistemi possono mantenere una struttura proprio grazie a ciò che scambiano e dissipano nell’ambiente.
Quando il sistema viene spinto sufficientemente lontano dall’equilibrio, può diventare instabile. Vicino a un punto di biforcazione, una fluttuazione può essere amplificata e condurre alla comparsa di una nuova organizzazione. Non è possibile determinare sempre in anticipo quale configurazione emergerà: il processo contiene una dimensione di irreversibilità e apertura verso il nuovo.
Il concetto di struttura dissipativa nasce dallo studio fisico e chimico di sistemi non equilibrati. Non coincide direttamente con la crisi psicologica, esistenziale o spirituale di una persona. Può però offrire un’analogia significativa: una fase di instabilità non conduce necessariamente alla disgregazione, ma può diventare, quando esistono condizioni adeguate, la soglia attraverso cui il sistema si riorganizza in una forma differente.

Henri Bergson (1859–1941) è stato un filosofo francese, tra i pensatori più influenti tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Nel 1927 ricevette il premio Nobel per la Letteratura per la forza innovativa delle sue idee e per la qualità della sua espressione filosofica.

Al centro della sua riflessione troviamo il concetto di durata. Il tempo vissuto non è, per Bergson, una successione di istanti separati e misurabili come i punti disposti su una linea. Ogni momento conserva ciò che lo ha preceduto e lo trasforma. Il passato non scompare: continua ad agire nel presente, entra nella sua forma e partecipa alla produzione di ciò che seguirà.

In L’evoluzione creatrice, pubblicata nel 1907, Bergson applica questa prospettiva alla Vita. Il vivente non esegue semplicemente un progetto già definito in ogni dettaglio e non può essere spiegato soltanto come il risultato meccanico di cause precedenti. La Vita attraversa il tempo producendo differenze e possibilità che non erano completamente prevedibili all’inizio del processo.

Per Bergson, le proprietà vitali non sono stati definitivamente realizzati, ma tendenze sempre in via di realizzazione. Ogni forma vivente manifesta una direzione, ma questa direzione incontra altre tendenze, resistenze e possibilità. L’evoluzione è quindi creatrice perché ciò che emerge porta con sé la propria storia senza essere interamente determinato da essa.

La durata conserva e, nello stesso tempo, trasforma. Proprio perché niente di ciò che è stato viene completamente perduto, il processo non torna mai allo stesso punto: procede generando una novità reale.