Quando proviamo dolore, quasi sempre portiamo una mano nel punto in cui lo sentiamo. Se ci fa male un dente, appoggiamo la mano sul viso; se urtiamo una parte del corpo, la copriamo istintivamente con il palmo. Nessuno ci ha insegnato a farlo. È un gesto immediato, che precede il pensiero e sembra appartenere a una conoscenza molto antica del corpo.
Lo stesso movimento nasce quando a soffrire è un’altra persona. Una mano sulla spalla, una carezza, un abbraccio sono gesti attraverso i quali cerchiamo spontaneamente di calmare, sostenere, rassicurare. Accade nel dolore fisico, ma anche in quello emozionale, quando le parole non bastano oppure non sono ancora possibili.
Prima di diventare lo strumento principale dell’Operatore del Prana, la mano è dunque uno dei primi strumenti attraverso i quali l’essere umano entra in relazione con se stesso e con gli altri.
Il contatto come primo linguaggio
Il tatto è il primo senso che si sviluppa. Durante la gestazione la pelle è continuamente toccata e contenuta dal liquido amniotico; dopo la nascita, il bambino continua ad avere bisogno di essere preso in braccio, accarezzato, sostenuto. Attraverso il contatto non riceve soltanto una sensazione piacevole: comincia a percepire la propria forma, a riconoscere i confini del corpo e a distinguere lentamente se stesso dalla madre e dall’ambiente che lo circonda.
Essere tenuti significa fare esperienza di una presenza vicina. Una presenza capace di sorreggere, proteggere e accompagnare. Il bambino non possiede ancora le parole con le quali interpretare ciò che accade, ma il suo corpo comprende se può distendersi oppure se deve rimanere vigile. Comprende se c’è qualcuno che lo sostiene, se può affidare per un momento il proprio peso, se il mondo nel quale è arrivato può accoglierlo.
Per questo il contatto partecipa profondamente alla costruzione della relazione. Prima del linguaggio verbale esiste un linguaggio della pelle, fatto di calore, pressione, vicinanza, ritmo e movimento. Un linguaggio immediato, attraverso il quale passano informazioni che non hanno ancora una forma razionale e che, anche in seguito, non sempre riescono a essere espresse attraverso le parole.
Dal dermo-tatto al dermo-rapporto
Luigi Lapi, insieme a F. Cattania e A. Forti, utilizzò il termine dermo-tatto per indicare non il semplice tatto superficiale, ma l’insieme complesso delle sensazioni che nascono dalla pelle e dai tessuti sottostanti: il contatto, la pressione, il calore, il freddo, la vibrazione, lo stiramento e le sensazioni più profonde che accompagnano il gesto del toccare e dell’essere toccati.
Quando queste sensazioni entrano nella relazione e diventano una forma di comunicazione, il dermo-tatto si trasforma in dermo-rapporto.
La pelle non registra più soltanto uno stimolo: attraverso quello stimolo riconosce una presenza, un’intenzione, una qualità del contatto. Percepisce se può accogliere quel gesto oppure se deve difendersi, se viene rispettata oppure invasa, se il tocco porta con sé cura, fretta, esitazione o sicurezza.
La qualità del contatto
Uno stesso gesto, infatti, può essere vissuto in modi completamente diversi. Essere toccati è un’esperienza primaria e nutriente, ma proprio per questo richiede rispetto. Il corpo avverte immediatamente la qualità della presenza che lo avvicina. Può distendersi quando si sente accolto, ma può anche irrigidirsi se il contatto arriva troppo presto, se supera un confine o se porta con sé un’intenzione troppo forte.
La mano dell’operatore non agisce quindi soltanto perché viene appoggiata sul corpo. Prima ancora della donazione pranica, esiste il modo in cui quella mano arriva: lo stato interiore dal quale nasce il gesto, la capacità di ascoltare e di non invadere, la tranquillità che l’operatore riesce a mantenere dentro di sé.
Sostenere la parte vitale
La persona che si affida alle nostre mani porta spesso un disagio, una sofferenza o qualcosa che percepisce come squilibrato. Ma porta anche una parte sana, una forza vitale che continua a operare. L’operatore non lavora direttamente sulla patologia e non si sostituisce alle figure sanitarie: sostiene questa parte vitale e crea le condizioni nelle quali essa possa esprimersi con maggiore libertà e completare il suo lavoro di ripristino della omeostasi generale.
Rilassarsi alla presenza di qualcuno
Una di queste condizioni è la possibilità di rilassarsi profondamente alla presenza di qualcuno.
È un’esperienza meno comune di quanto possiamo pensare. Molto spesso, quando cerchiamo di rilassarci, siamo soli. Anche se non ne siamo consapevoli, una parte di noi può continuare a rimanere vigile, come se dovesse controllare ciò che accade. Lasciarsi andare mentre un’altra persona veglia su di noi, mantiene il contesto e ha a cuore la nostra sicurezza è qualcosa di diverso.
Significa poter abbandonare, almeno per un momento, la necessità di sorvegliarsi.
In una seduta questo può avvenire prima che inizi qualsiasi donazione. La presenza dell’operatore, il tono della relazione, la qualità del setting e il contatto delle mani cominciano già a creare un campo nel quale la persona può sentirsi sostenuta. Il corpo riceve il messaggio che non deve fare tutto da solo, che può allentare una parte della propria vigilanza e concedersi un tempo di riposo.
La presenza dell’operatore come risorsa
Naturalmente, perché questo accada, è necessario che l’operatore sia a sua volta assestato. Se è agitato, frettoloso o preoccupato di ottenere un risultato, anche il suo tocco porterà con sé quella condizione. Se invece riesce a stare in una tranquillità reale, non soltanto apparente, la sua presenza diventa una delle risorse disponibili nella relazione.
Il corpo dell’altro percepisce questa differenza.
La percepisce nel ritmo del gesto, nella pressione della mano, nella capacità di attendere e nel modo in cui l’operatore rimane vicino senza occupare tutto lo spazio. Non si tratta di applicare un gesto corretto secondo un protocollo, ma di sviluppare una sensibilità capace di riconoscere ciò che la situazione richiede.
Un gesto che appartiene alla nostra natura
In questo senso, il lavoro dell’operatore rende consapevole qualcosa che appartiene già alla nostra natura. Il gesto di portare la mano verso chi soffre non nasce da una tecnica. La tecnica può educarlo, renderlo più preciso, insegnargli a rispettare i confini e a riconoscere ciò che sta accadendo, ma il movimento originario è già presente.
Per questo, nella nostra scuola, spesso abbiamo la sensazione di non insegnare qualcosa di completamente nuovo. Piuttosto, permettiamo di ricordare.
Durante il percorso accade che un allievo riconosca spontaneamente un passaggio, una posizione delle mani o una qualità del contatto prima ancora che venga spiegata. Qualcosa emerge dal corpo con una naturalezza che sorprende la mente razionale. È come se la conoscenza fosse rimasta silenziosa, in attesa delle condizioni necessarie per tornare disponibile.
Prima di ogni tecnica, la relazione
Imparare a usare le mani significa allora anche togliere questo gesto dall’ovvio. Osservarlo, ascoltarlo e riconoscerne la profondità. Comprendere che una mano non trasmette soltanto calore e non produce soltanto una sensazione fisica: può restituire il senso di esserci, di essere accolti nel proprio corpo e riconosciuti nella propria presenza.
Prima di ogni tecnica, la mano stabilisce una relazione.
Ricorda al corpo il proprio confine e, nello stesso tempo, gli permette di entrare in contatto con un altro essere umano. Sostiene senza trattenere. Si avvicina senza invadere. Offre una presenza dentro la quale, per qualche momento, diventa possibile affidarsi.
Forse è proprio da questo gesto così semplice che comincia il lavoro dell’operatore: da una mano capace di incontrare l’altro e di ricordargli, senza bisogno di parole, che non è solo.
Teresa Bagni
Operatore Olistico Supervisor e Trainer
Presidente di Associazione ALARO Aps e direttore didattico Ente di Formazione A.L.A.R.O.
Docente presso l’Ente di Formazione A.L.A.R.O.
Iscritta al Registro Operatori Olistici Fedolistica – cod. OL-183S
Iscritta al Registro Trainer FedPro – cod. RT-059
Coach iscritta ad APICA – cod. 1642
BFRP – Bach Foundation Registered Practitioner, iscritta al registro del Bach Centre UK – cod. ITA2025-1028T
Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013
Cell. 3299359037 – info@alaro.it
I termini dermo-tatto e dermo-rapporto furono proposti da F. Cattania, Luigi Lapi e A. Forti nell’articolo “Dermo-tatto e dermo-rapporto. Nota preliminare”, pubblicato nel 1974 su Minerva Psichiatrica e Psicologica.
Gli autori chiamano dermo-tatto l’insieme delle sensazioni superficiali e profonde che prendono origine dalla pelle e dai tessuti sottostanti. Non si tratta quindi del tatto inteso in senso ristretto, ma di una sintesi percettiva che comprende pressione, temperatura, vibrazione, stiramento, movimento e altre informazioni provenienti dal corpo.
Con dermo-rapporto indicano invece la dimensione relazionale di queste sensazioni: il contatto cutaneo diventa un linguaggio averbale attraverso il quale si comunicano vicinanza, protezione, accoglienza, rifiuto o distanza. Nell’articolo gli autori sottolineano soprattutto l’importanza di questo linguaggio nelle prime fasi della vita e la sua permanenza nelle relazioni adulte.
Nel linguaggio utilizzato da Cattania e Lapi, il complesso di reiezione indica la sofferenza legata al sentirsi abbandonati, respinti o non accolti. Può riferirsi a un’esperienza evidente di abbandono, ma anche a una condizione vissuta nel tempo, nella quale la persona sviluppa la sensazione di non avere un posto nella relazione o nel gruppo.
Gli autori collegano questa esperienza anche alla mancanza del contatto corporeo e del dermo-rapporto: non essere toccati può assumere, soprattutto nell’infanzia, il significato di non essere riconosciuti o accolti. Il contatto viene quindi considerato una delle forme attraverso le quali il bambino percepisce la vicinanza e la protezione delle figure che si prendono cura di lui.
Il concetto appartiene al linguaggio psicologico e psicosomatico impiegato dagli autori negli anni Settanta e va letto nel suo contesto storico. Non deve essere usato per formulare diagnosi o per ricondurre automaticamente un disagio fisico o relazionale a un’esperienza di abbandono.
Riferimento: F. Cattania e L. Lapi, “Meccanismi psicosomatici del complesso di reiezione con riferimento al dermo-rapporto”, Minerva Psichiatrica, vol. 16, 1975.
Nel loro lavoro, Cattania, Lapi e Forti richiamano le ricerche dello psicoanalista René A. Spitz (1887–1974) e dell’antropologo Ashley Montagu (1905–1999). Spitz studiò lo sviluppo affettivo del bambino e osservò le conseguenze delle condizioni di grave deprivazione relazionale negli istituti. Montagu dedicò particolare attenzione al significato umano della pelle e del contatto, raccogliendo le sue riflessioni nell’opera Touching: The Human Significance of the Skin, pubblicata per la prima volta nel 1971. Questi riferimenti aiutano a collocare il dermo-rapporto in un quadro più ampio: il contatto non è soltanto una stimolazione sensoriale, ma partecipa alla costruzione della relazione, della percezione corporea e del senso di sicurezza.