le mani dell'operatore il gesto più antico

Il tocco ed il calore della mano sono due aspetti fondanti nel nostro lavoro ma c’è qualcosa che va oltre.
Luigi Lapi ha studiato a lungo l’emissione pranica e riteneva che la mano dell’operatore non trasmettesse soltanto calore — la famosa mano calda per la quale il pranoterapeuta è conosciuto — ma anche frequenze simili a quelle cerebrali. Le chiamò frequenze simil-alfa o chirofrequenze, dal greco cheír, mano.

Non è chiaro quale sia esattamente il meccanismo attraverso cui avviene questa emissione. Lapi cercò di osservarla e misurarla attraverso una serie di sperimentazioni, arrivando a descrivere fasci di onde a bassissima frequenza, simili alle onde cerebrali. Questo apre un campo molto interessante, perché ci aiuta a comprendere quanto la donazione pranica possa essere qualificata dagli stati mentali ed emozionali dell’operatore.

L’immaginazione creativa

Quella che chiamiamo immaginazione creativa assume allora un significato molto profondo. L’operatore può immaginare determinati scenari, colori o forme; può lavorare interiormente con gli elementi e, attraverso ciò che produce dentro di sé, modulare l’emissione della mano. La donazione si qualifica in base a ciò che l’operatore crea al proprio interno e può variare molto in relazione alla situazione che incontra nella persona.

La chirestesia: il momento ricettivo

L’emissione rappresenta però soltanto il momento attivo del lavoro. Prima di trasmettere esiste un momento ricettivo, che chiamiamo chirestesia: una lettura e una valutazione del campo energetico della persona attraverso la mano e il tocco. La mano possiede una quantità straordinaria di recettori tattili. Con la pratica diventa uno strumento sempre più sofisticato e preciso, capace di rilevare variazioni nel campo della persona e di riconoscere ciò di cui c’è bisogno.

Il senso della mano e il paratatto

Lapi parlava, a questo proposito, di un vero e proprio senso mano. La mano non raccoglie soltanto le sensazioni del tatto superficiale, ma integra informazioni provenienti dalla pelle, dai muscoli, dai tendini e dalle articolazioni. Per questo, secondo Lapi, il senso della mano non può essere separato dal “senso braccio” e dal “senso corpo”: ciò che percepiamo nasce da una sintesi molto più ampia di quella che normalmente chiamiamo tatto.

Accanto al tatto propriamente detto, Lapi introduceva poi il termine paratatto per indicare quelle sensazioni digito-palmari che, nella sua esperienza, sembravano sconfinare in una percezione più sottile. Era il suo modo di dare un nome a qualcosa di difficile da tradurre nel vocabolario comune: percezioni che l’operatore avverte attraverso le mani, ma che non sempre riesce a ricondurre alle normali sensazioni tattili.

La Vita riconosce la Vita

Dentro di noi esiste una sensibilità che ci permette di avvertire se una condizione è armonica oppure se presenta uno squilibrio. La Vita dentro di noi riconosce la Vita che incontra e manda continuamente segnali che vengono letti in maniera sottile. Da questa lettura può emergere la risposta adatta. A volte, per esempio, emerge spontaneamente un colore. L’operatore non sempre decide razionalmente quale colore utilizzare e non deve necessariamente compiere un’analisi mentale di ciò che serve. Il colore può apparire in maniera intuitiva, come risposta alla condizione che sta incontrando.

Intuizione, razionalità e consapevolezza

La consapevolezza di ciò che accade è legata alla capacità di mettere in comunicazione intuizione e razionalità. Quando questa comunicazione è buona, l’operatore può comprendere meglio ciò che passa attraverso le sue mani e ricevere immagini, sensazioni o conoscenze. Ma può anche accadere che non sappia che cosa sta succedendo.

Questo non significa che il trattamento non stia avvenendo. Una parte del processo si svolge spesso su un piano inconscio del quale non siamo completamente consapevoli. Ci sono aspetti che richiedono molto tempo prima di emergere alla comprensione razionale e prima di poter essere tradotti in parole. Quando facciamo le condivisioni dopo i trattamenti, l’operatore spesso fatica a raccontare ciò che ha sperimentato. Può riuscire a esprimerne soltanto una minima parte, perché durante la seduta si è trovato in uno stato nel quale non sapeva esattamente che cosa stesse accadendo.

Questo ci mostra che dentro di noi agiscono forze che non sono completamente sotto il controllo della razionalità e che, proprio per questo, non sono sempre facilmente leggibili o verbalizzabili.

Lo stato di allocoscienza

Per lavorare bene con questo strumento è importante che l’operatore entri in uno stato di allocoscienza, cioè in una coscienza più estesa, nella quale la mente razionale diventa più silenziosa e lascia agire una conoscenza più profonda, presente in ciascuno di noi. Questa conoscenza sa che cosa fare e spesso si manifesta in maniera spontanea. Più l’operatore riesce ad abbandonarsi al processo, più questa parte può emergere e lavorare con fluidità.

Luce, calore e frequenze

Dalla mano escono luce e calore, ma, secondo le ricerche di Lapi, anche frequenze molto basse. Egli riteneva che fossero proprio queste frequenze, più del calore, a rappresentare l’aspetto maggiormente attivo della donazione pranica.

Il calore rimane comunque importante. Sentire una mano calda può essere molto rassicurante per la persona che riceve il trattamento: può farla sentire accolta, amata, al proprio posto. Il calore partecipa quindi a quella dimensione primaria del contatto di cui abbiamo parlato. Ma, secondo Lapi, gli aspetti meno visibili e meno facilmente percepibili della donazione erano quelli capaci di produrre le trasformazioni più significative.

Calore primo e calore secondo

Per descrivere questa differenza, parlava di calore primo e calore secondo.

Il calore primo è quello che si avverte direttamente nella mano dell’operatore: la mano viene appoggiata e viene percepita come calda. Il calore secondo è invece una condizione che si sviluppa nella persona trattata. Può manifestarsi come calore, ma non coincide necessariamente con una sensazione termica vera e propria. È qualcosa che si produce nel soggetto e che, secondo Lapi, riveste un’importanza maggiore rispetto al semplice calore della mano.

Questo significa che non avere le mani particolarmente calde non rappresenta un ostacolo per diventare operatori del Prana.

Gli operatori hanno caratteristiche diverse, talenti differenti e proprie specializzazioni, legate anche alla loro capacità di modulare le frequenze. Alcuni possiedono mani molto calde, altri meno; alcuni avvertono con chiarezza determinate sensazioni, altri sviluppano modalità percettive differenti. Il calore è l’aspetto più evidente, quello che la persona riconosce immediatamente e che ha contribuito a creare l’immagine tradizionale del pranoterapeuta. Ma non esaurisce la donazione pranica.

Le sperimentazioni sulla materia organica

Lapi cercò di verificare l’azione delle mani anche attraverso esperimenti condotti su sostanze organiche.

Uno dei più conosciuti è quello della mummificazione, nel quale un campione trattato pranicamente veniva confrontato con un campione di controllo lasciato nelle stesse condizioni. Secondo le sue osservazioni, il materiale trattato tendeva ad asciugarsi e a conservarsi, mentre il campione di controllo andava incontro ai normali processi di decomposizione.

Un altro ambito di ricerca riguardò l’acqua pranizzata e le forme che potevano manifestarsi al suo interno durante il congelamento. L’acqua veniva considerata particolarmente ricettiva alle frequenze emesse dall’operatore e capace di conservarne l’informazione.

Queste esperienze sono interessanti perché ci permettono di osservare le mani da un punto di vista più ampio. Non sono soltanto strumenti che producono calore e non agiscono tutte nello stesso modo. La qualità della donazione dipende anche dallo stato dell’operatore, dalla sua immaginazione, dalla sua capacità di entrare in ascolto e di accordarsi con la persona.

Ricevere, riconoscere e rispondere

La mano riceve, riconosce una variazione e porta una risposta.

Il momento ricettivo e quello attivo non sono separati: la chirestesia permette di sentire ciò che sta accadendo e la donazione si modula in relazione a ciò che è stato percepito. Non è sempre necessario che la mente razionale conosca tutti i passaggi. Molto spesso il processo avviene su un piano più profondo e diventa consapevole soltanto in seguito.

Per questo la formazione dell’operatore non consiste soltanto nell’apprendere dove mettere le mani. Consiste anche nel creare dentro di sé le condizioni necessarie perché la percezione possa diventare più precisa, la mente possa farsi più silenziosa e ciò che emerge possa trovare il modo di agire.

Teresa Bagni
Operatore Olistico Supervisor e Trainer
Presidente di Associazione ALARO Aps e direttore didattico Ente di Formazione A.L.A.R.O.
Docente presso l’Ente di Formazione A.L.A.R.O.
Iscritta al Registro Operatori Olistici Fedolistica – cod. OL-183S
Iscritta al Registro Trainer FedPro – cod. RT-059
Coach iscritta ad APICA – cod. 1642
BFRP – Bach Foundation Registered Practitioner, iscritta al registro del Bach Centre UK – cod. ITA2025-1028T
Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013
Cell. 3299359037 – info@alaro.it

Nella formazione ALARO, il termine chirestesia indica il momento ricettivo che precede la donazione pranica. L’operatore utilizza la sensibilità delle mani per rilevare variazioni nel campo energetico della persona e orientare il trattamento.

Si tratta di una valutazione energetica e non di una diagnosi sanitaria. L’operatore del Prana non identifica patologie e non si sostituisce alle figure mediche.

Il concetto può essere avvicinato al “senso mano” e al “paratatto” descritti da Luigi Lapi, ma i termini non sono perfettamente sovrapponibili. Il “senso mano” comprende l’insieme delle informazioni tattili e profonde integrate dalla mano e dal braccio; il “paratatto” indica invece, nel linguaggio di Lapi, quelle sensazioni digito-palmari che egli riteneva oltrepassassero il tatto ordinario.

Luigi Lapi utilizzò le espressioni chirofrequenze e frequenze simil-alfa per descrivere emissioni a bassissima frequenza che, secondo le sue ricerche, provenivano dalle mani dell’operatore durante la donazione pranica e presentavano caratteristiche simili alle onde cerebrali.

Queste formulazioni appartengono al suo modello di ricerca. Devono essere presentate come osservazioni e interpretazioni di Lapi, non come acquisizioni definitivamente confermate dalla letteratura scientifica indipendente.

La denominazione “simil-alfa” richiama le onde alfa dell’attività cerebrale, generalmente associate a condizioni di rilassamento vigile, ma non implica che l’emissione attribuita alle mani sia equivalente all’attività elettroencefalografica registrata sullo scalpo.

Con il termine allocoscienza, Luigi Lapi indicava uno stato di coscienza più esteso rispetto alla condizione ordinaria. In questo stato la mente logico-razionale diventa meno dominante e l’operatore può accedere con maggiore facilità alle percezioni sensoriali, intuitive e relazionali che emergono durante il trattamento.

L’allocoscienza non viene intesa come perdita di coscienza, ma come ampliamento dell’attenzione e possibilità di accogliere informazioni che normalmente rimangono sullo sfondo.

Il termine appartiene alla terminologia elaborata da Lapi e alla tradizione della scuola; non corrisponde a una classificazione clinica o neuroscientifica degli stati di coscienza.

Lapi distingueva il calore primo, percepito direttamente nella mano dell’operatore, dal calore secondo, sviluppato nel soggetto durante il trattamento.

Il calore secondo non indica necessariamente un aumento misurabile della temperatura. Nel linguaggio di Lapi descrive una condizione prodotta nella persona trattata e considerata più significativa del semplice calore palmare.

Questa distinzione permette di comprendere perché, nella prospettiva della scuola, la temperatura delle mani non sia il criterio principale per valutare la predisposizione o il lavoro di un operatore.

Lapi considerava gli esperimenti di mummificazione una possibile verifica dell’azione pranica sulla materia organica. Il procedimento prevedeva il confronto fra un campione sottoposto regolarmente alla donazione e un campione di controllo non trattato. Le differenze osservate venivano interpretate come effetto dell’emissione dell’operatore.

Le ricerche sulle acque pranizzate si concentravano invece sulle modificazioni e sulle forme osservate dopo il trattamento e il congelamento dell’acqua.

Queste esperienze appartengono alla ricerca sviluppata da Lapi e successivamente proseguita nell’ambito della scuola. Per assumere valore di prova scientifica generale richiederebbero protocolli controllati, misurazioni riproducibili e verifiche indipendenti. Nel testo vengono quindi riportate come sperimentazioni interne e come testimonianza del percorso di ricerca dal quale deriva il modello della donazione pranica.